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Assoluzione per coltivazione di cannabis terapeutica

Un uomo residente nella provincia di Urbino è stato ritrovato a coltivare cannabis illegale nell’orto della madre, ad insaputa di quest’ultima, e per tale motivo era stato accusato, nel settembre 2017, di produzione di sostanze stupefacenti.

Si trattava di due piantine, e l’imputato era stato spinto ad iniziare tale coltivazione per curare la sua schizofrenia autistica, che spesso gli causava attacchi psicotici e manie di persecuzione: l’uomo, infatti, per ben sette anni aveva assunto psicofarmaci prima di riconoscere i benefici della marijuana che, a differenza dei preparati chimici, non gli portava effetti collaterali a lungo termine.

Praticamente aveva autonomamente notato che, a differenza dei farmaci che spesso lo portavano ad essere sempre assente e peggio di prima l’averli assunti, la mariijuana lo rendeva più rilassato, guadagnando anche una migliore qualità del sonno.

Per contestare la pena primariamente inflittagli (pari a 4 mesi di reclusione ed una multa di 1500 euro), l’avvocato dell’uomo ha, in sede giudiziaria, esposto che i semi erano stati acquistati in un grow shop di canapa legale, anche considerando le svariate buone motivazioni dell’uomo e l’incoerenza tra il quantitativo di piante e la “produzione di droga” contestatagli al momento dell’arresto, il tribunale di Urbino ha dichiarato la non fondatezza della vicenda respingendo tutte le accuse precedentemente poste.

Tale vicenda è stata conclusa positivamente anche alla luce del fatto che l’avvocato abbia evidenziato quanto fosse difficile per l’uomo, assolutamente inesperto, utilizzare delle infiorescenze illegali come articolo da spaccio.

Ma non è il primo caso di assoluzione per coltivazione di cannabis ad uso terapeutico: già il tribunale di Trento, con la sentenza n°336 del 2014, dove era stato consentito ad un malato grave di detenere un numero minimo di piante di marijuana ed, ovviamente, solo ad uso personale.

L’uso medicale, dunque, non apparirebbe “stupefacente in senso proprio” e, pertanto, escluderebbe – di per sé – il carattere di offensività giuridica insito in radice nella condotta coltivativa.

 

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