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La cannabis light per curare le infiammazioni intestinali

Tra le patologie a carico del sistema gastrointestinale ne esistono alcune definite autoimmuni, ovvero che riguardano un’anomala risposta del sistema immunitario nei confronti dei normali costituenti dell’organismo. Stiamo parlando delle malattie infiammatorie croniche intestinali (o IBD, dall’inglese Inflammatory Bowel Disease).

Le IBD comprendono essenzialmente il Morbo di Crohn e la Rettocolite Ulcerosa e colpiscono in Italia più di 200mila persone.

Le terapie del momento prevedono per lo più la somministrazione cronica di antinfiammatori come i glucocorticosteroidi e la mesalazina e l’uso di immunosoppressori, come l’azatioprina.
Questi farmaci però non hanno una comprovata efficacia nel lungo termine, ed il loro uso prolungato può indurre effetti collaterali severi.

Questi effetti, insieme agli alti costi della terapia per i pazienti e per lo Stato, giustificano la ricerca di approcci terapeutici nuovi e alternativi. Tra questi, agire sul sistema endocannabinoide potrebbe rappresentare una chiave di svolta nel trattamento delle IBD.

Il sistema endocannabinoide, presente in maniera ubiquitaria lungo il tratto gastrointestinale appare come un interessante bersaglio terapeutico in caso di IBD, soprattutto per la sua diretta implicazione nella regolazione dell’omeostasi.

Al giorno d’oggi sempre più studi sia sull’animale che sull’uomo stanno confermando la validità della cannabis medica nel trattamento di queste patologie. Tra questi un nuovo studio scientifico ha dimostrato che il CBD impedisce la colite negli animali. La combinazione, inoltre, di CBD e THC può ridurre l’infiammazione e alleviare i sintomi dell’infiammazione cronica intestinale che solitamente causa dolore addominale, diarrea e riduzione dell’appetito.

Gli studi hanno anche dimostrato che il cannabidiolo può essere ottimo per normalizzare la motilità dell’intestino nei pazienti con una malattia intestinale infiammatoria. Il CBD può ridurre la gravità dell’infiammazione dell’intestino attraverso l’attivazione della gamma dei recettori tramite il proliferatore perossisomico (PPAR-gamma) come mostrato da uno studio.

 

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